Il diritto all’oblio: fondamenti e limiti

Il diritto all’oblio: fondamenti e limiti

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Il diritto all’oblio rappresenta, ancora e da sempre, una materia complessa su cui aleggiano dubbi destinati a spostare l’ago della bilancia ora verso il diritto di cronaca, ora a favore della privacy. Ma cosa si intende per “diritto all’oblio”?

Con la locuzione “diritto all’oblio” si intende, in diritto, una particolare forma di garanzia di creazione giurisprudenziale – collocata tra i diritti inviolabili menzionati da quella norma dinamica che è l’art. 2 Cost. – che prevede la non diffondibilità, senza particolari motivi, di precedenti pregiudizievoli dell’onore di una persona, per tali intendendosi principalmente i precedenti giudiziari di una persona.
La giurisprudenza ha da tempo affermato che è riconosciuto un diritto a non restare indeterminatamente esposti ai danni ulteriori che la reiterata pubblicazione di una notizia può arrecare all’onore e alla reputazione, salvo che, per eventi sopravvenuti, il fatto precedente ritorni di attualità e rinasca un nuovo interesse pubblico all’informazione.

L’individuo, pertanto, ha il diritto di essere dimenticato, o meglio, a non essere più ricordato per fatti che in passato furono oggetto di cronaca purché, tuttavia, il pubblico sia già stato ampiamente informato sul fatto e che sia trascorso un tempo sufficiente dall’evento, tale da far scemare il pubblico interesse all’informazione.

Questo principio, pertanto, rappresenta la naturale conseguenza di una corretta e logica applicazione dei principi generali di cronaca e parte dal presupposto che, quando un determinato fatto è stato assimilato e conosciuto da un’intera comunità, cessa di essere utile per l’interesse pubblico, smettendo di essere oggetto di cronaca e ritornando ad essere un fatto privato.

Un ulteriore fondamento del diritto all’oblio va rinvenuto nell’art. 27, comma 3°, Cost., secondo cui “Le pene […] devono tendere alla rieducazione del condannato”. Si tratta del principio della funzione rieducativa della pena, intesa non solo come mezzo punitivo, ma anche – e soprattutto – quale mezzo avente la funzione di favorire il reinserimento sociale del condannato. Di fatti, la pena non potrebbe assolvere alla sua funzione di reinserimento sociale se nella società rimanesse ben saldo il ricordo del fatto oggetto di cronaca, soprattutto se il ricordo viene rafforzato dalla riproposizione dello stesso.

Come già detto, sebbene trovi fondamenti negli artt. 2 e 27 Cost., il diritto all’oblio è una garanzia di creazione giurisprudenziale. In italia, infatti, il principio in oggetto si concretizza grazie al Garante per la protezione dei dati personali. In particolare, nel 2004 il Garante della privacy provò ad individuare una soluzione tecnica per garantire la trasparenza sull’argomento ed evitare la creazione, tramite motori di ricerca, gogne elettroniche. Il Garante, in particolare, esaminò un caso in cui ad un soggetto era stata erogata una sanzione da parte di un ente pubblico. Sul proprio sito web l’ente aveva indicato la violazione ed il nome del violatore, al che l’interessato aveva richiesto che fosse tolto il suo nome, invocando il diritto alla riservatezza. Il Garante stabilì la creazione da parte dell’ente, nell’ambito del proprio sito web, di una sezione liberamente consultabile telematicamente accedendo allo stesso indirizzo web, ma tecnicamente sottratta alla diretta individuabilità delle decisioni in essa contenute per il tramite dei comuni motori di ricerca esterni.

Proprio sull’argomento, il costante orientamento della giurisprudenza di legittimità ha precisato che la diffusione di una notizia di cronaca giudiziaria nell’archivio storico di un giornale, attraverso la Rete Internet, accessibile illimitatamente, non contestualizzata e non collegata con altre informazioni idonee a registrare e diffondere la successiva evoluzione nel tempo di una vicenda, sia pure originariamente completa, diviene non aggiornata, risultando quindi parziale, non esatta e, in definitiva, non vera. (Cass. civ., Sez. III, sentenza del 2012, n. 5525).

Sempre in tema di diritto all’oblio, il Garante ha di recente individuato un ulteriore limite all’esercizio del diritto all’oblio ovvero la particolare gravità del fatto. Vi sono fatti talmente gravi per i quali l’interesse pubblico alla loro riproposizione non viene mai meno: questo è il principio sancito dal Garante della privacy nel dichiarare infondato il ricorso di un ex terrorista che chiedeva la deindicizzazione di alcuni articoli, studi, atti processuali in cui erano riportati gravi fatti di cronaca che lo avevano visto protagonista tra la fine degli anni 70 e i primi anni 80. L’interessato, terminato di scontare la pena nel 2009, si era rivolto in prima battuta a Google chiedendo la rimozione di alcuni url e dei suggerimenti di ricerca che vengono visualizzati dalla funzione di “completamento automatico” digitando il nominativo nella stringa di ricerca, non trovando tuttavia accoglimento da parte del “gigante di Mountain View”. Pertanto, l’interessato ha presentato un ricorso al Garante sostenendo di non essere un personaggio pubblico ma un libero cittadino al quale la permanenza in rete di contenuti così risalenti nel tempo e fuorvianti rispetto all’attuale percorso di vita, cagionerebbe gravi danni dal punto di vista personale e professionale. Nel dichiarare infondato il ricorso, l’Autorità ha rilevato che le informazioni di cui si chiede la deindicizzazione fanno riferimento a reati particolarmente gravi, che rientrano tra quelli indicati nelle Linee guida sull’esercizio del diritto all’oblio adottate dal Gruppo di lavoro dei Garanti privacy europei nel 2014, reati per i quali le richieste di deindicizzazione devono essere valutate con minor favore dalle Autorità di protezione dei dati, pur nel rispetto di un esame caso per caso.
Le informazioni, inoltre, avrebbero ormai assunto una valenza storica, avendo segnato la memoria collettiva. Esse riguardano una delle pagine più buie della storia italiana, della quale il ricorrente è stato un vero e proprio protagonista. Inoltre, nonostante il lungo lasso di tempo trascorso dagli eventi l’attenzione del pubblico è tuttora molto alta su quel periodo e sui fatti trascorsi come dimostra l’attualità dei riferimenti raggiungibili mediante gli stessi url. Il Garante ritenendo quindi prevalente l’interesse del pubblico ad accedere alle notizie in questione, ha dichiarato infondata la richiesta di rimozione degli url dal ricorrente ed indicizzati da Google.