Il matrimonio con lo straniero celebrato per via telematica

Il matrimonio con lo straniero celebrato per via telematica

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Fatto

Una cittadina italiana e un cittadino pakistano contraggono matrimonio secondo la legge straniera pakistana: tuttavia, la cerimonia viene officiata per via telematica tramite internet e video-chat, a mezzo dei quali la cittadina italiana presta il proprio consenso all’unione. La cerimonia viene celebrata dall’autorità pakistana alla presenza del marito e di due testimoni. La richiesta di trascrizione del vincolo coniugale, però, viene respinta dall’Ufficiale di Stato Civile italiano ritenendo il rito seguito contrario all’ordine pubblico. Il reclamo degli sposi viene accolto dal Tribunale di Bologna (in primo grado) e dalla Corte d’Appello di Bologna (secondo grado) e viene disposto l’ordina all’Ufficiale di trascrivere il matrimonio. La decisione viene confermata anche in Cassazione.

 

La decisione della Cassazione

La Corte di legittimità osserva che, ai sensi della legge n.218 del 1995, articolo 28, il matrimonio celebrato all’estero è valido nell’ordinamento italiano, quanto alla forma, se è considerato tale dalla legge del luogo di celebrazione, o dalla legge nazionale di almeno uno dei nubendi al momento della celebrazione, o dalla legge dello Stato di comune residenza in tale momento (in tal senso Cass. N.17620/2013). Nel caso in oggetto, la Corte rileva che, essendo stato il matrimonio celebrato in Pakistan e validamente secondo la legge di quel paese (circostanza mai contestata), esso deve essere considerato valido anche per l’ordinamento italiano. Secondo il Ministero, tuttavia, la celebrazione del matrimonio per via telematica sarebbe incompatibile con l’ordine pubblico: la modalità di celebrazione del matrimonio, da parte dell’ufficiale pakistano alla presenza dello sposo, avendo la sposa partecipato al rito in via telematica, non garantirebbe la genuinità dell’espressione del consenso, rendendo l’atto non riconoscibile come matrimonio. La Suprema Corte smentisce questa tesi, ritenendola errata per due ragioni. In primis, perché «pretende, in sostanza, di ravvisare una violazione dell’ordine pubblico tutte le volte che la legge straniera, in base alla quale sia stato emanato l’atto di cui si chiede il riconoscimento, contenga una disciplina di contenuto diverso da quella dettata in materia dalla legge italiana. Tuttavia, ravvisando l’ordine pubblico nelle norme, seppure inderogabili, presenti nell’ordinamento interno, sarebbero cancellate le diversità tra i sistemi giuridici e rese inutili le regole del diritto internazionale privato». Il giudizio di compatibilità con l’ordine pubblico, per la Suprema Corte, deve essere invece riferito al nucleo essenziale dei valori del nostro ordinamento che non sarebbe consentito nemmeno al legislatore ordinario interno di modificare o alterare, ostandovi principi costituzionali inderogabili. In secondo luogo, perché «il rispetto dell’ordine pubblico deve essere garantito, in sede di delibazione, avendo esclusivo riguardo “agli effetti” dell’atto straniero, senza possibilità di sottoporlo ad un sindacato di tipo contenutistico o di merito né di correttezza della soluzione adottata alla luce dell’ordinamento straniero o di quello italiano. Ne consegue che se l’atto matrimoniale è valido per l’ordinamento straniero, in quando da esso considerato idoneo a rappresentare il consenso matrimoniale dei nubendi in modo consapevole, esso non può ritenersi contrastante con l’ordine pubblico solo perché celebrato in una forma non prevista dall’ordinamento italiano».

La forma matrimoniale descritta dall’articolo 107 del codice civile, non è considerata inderogabile neppure dal legislatore italiano, il quale ammette la celebrazione inter absentes (art. 111 del codice civile) in determinati casi, nei quali non può ritenersi che siano inesistenti i requisiti minimi per la giuridica configurabilità del matrimonio medesimo, e cioè la manifestazione di una volontà matrimoniale da parte di due persone di sesso diverso, in presenza di un ufficiale celebrante. In senso analogo, si è espressa la Corte con la sentenza n. 20559 del 2006, affermando il diritto al ricongiungimento familiare a coniugi pakistani che avevano celebrato il matrimonio in forma telefonica in presenza di testimoni.