Il licenziamento disciplinare tardivo

Il licenziamento disciplinare tardivo

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Il licenziamento fondato su una contestazione disciplinare fatta al dipendente più di un anno prima è illegittimo. La reazione tardiva del datore di lavoro, anzi, può essere una spia di un suo comportamento ritorsivo.

 

Il fatto

La società, con meno di 15 dipendenti, ha fondato il licenziamento del lavoratore su una contestazione disciplinare notificata più di un anno prima, con la quale al dipendente erano stati imputati alcuni «gravi comportamenti», ovvero aver indebitamente trattenuto somme della società, danneggiato il furgone aziendalee maltrattato verbalmente alcuni clienti.

L’ex dipendente ha presentato ricorso sostenendo che il licenziamento sia stato intimato come ritorsione alle sue ripetute richieste di adeguamento retributivo, l’ultima avvenuta proprio pochi giorni prima del licenziamento.

L’ex dipendente, perciò, ha chiesto di applicare la tutela prevista per i licenziamenti discriminatori dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori (L. 300/70), come modificato dalla legge Fornero (l. 92/2013) consistente nella reintegra nel posto di lavoro, oltre al risarcimento del danno con un’indennità non inferiore a cinque mensilità della retribuzione globale di fatto.

 

La decisione

Il Tribunale di Milano ha accolto il ricorso del ricorrente considerando l’attesa di oltre un anno del datore prima di irrogare la sanzione disciplinare – senza motivare con valide ragioni il rinvio – «in netto contrasto con i principi di immediatezza e tempestività» previsti dall’art. 7 dello Statuto dei lavoratori. Il ritardo del datore, inoltre, «rappresenta un’evidente violazione dei più elementari principi di correttezza e buona fede».

In particolare, il principio di immediatezza è legato all’esigenza «di assicurare la genuinità dell’esercizio del potere disciplinare da parte del datore di lavoro ed evitare, così, che la pendenza di una determinata questione possa essere utilizzata in modo distorto con finalità ritorsive» . Per la Cassazione (sentenza n. 11100 del 15 maggio 2006) l’immediatezza della comunicazione «si configura quale elemento costruttivo del diritto al recesso del datore di lavoro»

Il Tribunale, inoltre, ha ritenuto comprovata la natura ritorsiva del licenziamento. Chiarisce la Cassazione che perché il provvedimento possa dichiararsi nullo, occorre dimostrare che la ritorsione e la rappresaglia sono stati gli unici motivi a determinare la decisione di interrompere il rapporto di lavoro (v. Cassazione n. 6282 del 18 marzo 2011). L’onere della prova dell’intento ritorsivo spetta esclusivamente al lavoratore. La rappresaglia deve avere avuto «un’efficacia determinativa esclusiva della volontà del datore di lavoro, anche rispetto ad altri fatti rilevanti ai fini della configurazione della giusta causa o del giustificato motivo» (Cassazione n. 14816 del 14 luglio 2005). Tale prova può essere fornita anche in via presuntiva (Cassazione n. 3986 del 27 febbraio 2015).
L’essere stato licenziato sulla base di fatti contestati oltre un anno prima e pochi giorni dopo aver lamentato (per l’ennesima volta) la non correttezza della retribuzione e dell’orario di lavoro svolto rispetto al corrispettivo percepito sono indizi sufficienti, secondo il giudice, a provare la natura ritorsiva del licenziamento.