Link e violazione del diritto d’autore

Link e violazione del diritto d’autore

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Il collegamento ipertestuale è quello che comunemente chiamiamo link e rappresenta l’anima stessa della rete internet, dato che è lo strumento che consente di “navigare” tra le pagine del world wide web. Frequentemente la giurisprudenza nazionale si è occupata di questioni legate ai rapporti tra link e proprietà intellettuale, ravvisando spesso ipotesi di concorrenza sleale o di violazioni di diritti di privativa nell’utilizzo del collegamento ipertestuale che consentisse la visione di opere dell’ingegno altrui.

Non stupisce, pertanto, che gli aspetti giuridici legati alla costruzione del sito web, in particolare del collegamento ipertestuale tra unità informative riferibili a soggetti diversi, siano giunti all’attenzione della Corte di Giustizia dell’Unione europea.

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea aveva già trattato la questione relativa alla legittimità del link (con riferimento all’ambito della proprietà intellettuale) in due occasioni: con una sentenza del 13 febbraio 2014, resa nella causa C-446 e con l’ordinanza del 21 ottobre 2014 nel procedimento C-348/13.

Le pronunce del 2014, sebbene mediaticamente meno “chiassose”, assumono un ruolo fondamentale nell’analisi del nuovo provvedimento della Corte, dato che, dopo aver ritenuto la sostanziale liceità del link, con la recente sentenza ha chiarito quando si possa contestare l’inserimento di collegamenti ipertestuali.

È utile rileggere quelli che sono i punti salienti della decisione resa nel giudizio C-446/12 e risalente al febbraio 2014 nel quale la Corte aveva analizzato la condotta di un soggetto che aveva realizzato collegamenti ipertestuali “puntando” su pagine web contenenti opere dell’ingegno, già oggetto di  «comunicazione al pubblico». La questione prendeva origine dalla disputa avviata dinanzi alle Autorità giudiziarie svedesi tra una società (Retriever Sverige) che, nel gestire un sito internet contenente collegamenti «cliccabili» dai propri clienti verso articoli pubblicati su altri siti web, aveva inserito alcuni link diretti alle pagine (consultabili gratuitamente) del Göteborgs-Posten, senza aver chiesto alcuna autorizzazione.
L’autorità giudiziaria svedese aveva quindi richiesto alla Corte di Giustizia se la fornitura di link di tal genere potesse costituire un «atto di comunicazione al pubblico», che non sarebbe stato possibile senza l’autorizzazione dei titolari dei relativi diritti ai sensi dell’art. 3 della direttiva 2001/29. Secondo la Corte il fatto di fornire collegamenti cliccabili verso opere tutelate doveva essere qualificato come «messa a disposizione» e, di conseguenza, come «atto di comunicazione».

Tuttavia, i Giudici del Lussemburgo evidenziarono anche che, per ricadere nella nozione di «comunicazione al pubblico» ai sensi dell’art. 3 della direttiva 2001/29, è necessario che una comunicazione iniziale (ed effettuata con le stesse modalità tecniche) sia rivolta ad un pubblico nuovo, vale a dire «un pubblico che i titolari del diritto d’autore non (avessero) considerato, al momento in cui (fosse stata) autorizzata la comunicazione iniziale al pubblico». Considerato il numero indeterminato e considerevole dei destinatari, si è giunti alla conclusione secondo cui, in mancanza di un pubblico qualificabile come nuovo, l’autorizzazione dei titolari dei diritti non potesse ritenersi necessaria per una attività come quella svolta dalla società svedese. Pertanto, «linkare» contenuti già pubblicati in rete con accesso gratuito e presenti nel web grazie all’autorizzazione dei titolari dei diritti è assolutamente lecito e, comunque, appare in linea con i principi espressi dalla direttiva 2001/29.

Ben diverso, invece, è il caso dell’inserimento all’interno di un sito internet di un collegamento ipertestuale che conduca gli utenti verso opere protette dal diritto d’autore e pubblicate senza autorizzazione dell’autore su un altro sito internet, nella (piena o presunta) consapevolezza di tale illecita pubblicazione.
E di questo caso si è occupata nella recente decisione la Corte di Giustizia (causa C-160/15), chiamata a fornire una interpretazione della direttiva comunitaria in una disputa che vedeva contrapposti davanti alle Autorità dei Paesi Bassi – da una parte – la società GS Media BV e – dall’altra – la Playboy Enterprises International Inc., la Sanoma Media Netherlands BV (editrice della nota testata) e la signora Britt Geertruida Dekker, in relazione alla messa a disposizione sul sito GeenStijl.nl, gestito da GS Media, di link verso altri siti che consentivano la consultazione di fotografie della Dekker, realizzate per la rivista Playboy.

Di fatti, se è vero che l’inserimento di collegamenti ipertestuali non può costituire automaticamente una nuova comunicazione al pubblico nel caso in cui sia assente lo scopo di lucro e senza che si sia al corrente dell’illegittimità della pubblicazione delle opere, è evidente che il collocamento di link che consentano l’accesso a opere immesse in rete senza autorizzazione dei titolari dei diritti potrebbe essere considerato diversamente, soprattutto in presenza di una finalità di lucro.

Considerata la particolare importanza che internet riveste per la libertà di espressione e di informazione, garantita dall’articolo 11 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione, la Corte ha sottolineato che  «i collegamenti ipertestuali contribuiscono al suo buon funzionamento nonché allo scambio di opinioni e di informazioni». La Corte ha altresì evidenziato la difficoltà legata all’accertamento (soprattutto da parte di soggetti privati) in ordine al fatto che i link collocati nei siti consentano l’accesso a opere la cui pubblicazione in rete sia stata autorizzata. I giudici del Lussemburgo hanno, inoltre, sottolineato la facilità con cui il contenuto di un sito “richiamato” da un link possa essere modificato dopo la creazione del collegamento, «senza che la persona che abbia creato il collegamento ne sia necessariamente a conoscenza».

Il discrimen, quindi, quando si fa riferimento ai link effettuati senza finalità di lucro è dato dalla circostanza che chi abbia inserito il collegamento ipertestuale nel proprio sito web non sia a conoscenza, e non possa ragionevolmente esserlo, del fatto che l’opera sia stata pubblicata senza l’autorizzazione del titolare dei diritti d’autore.

Al contrario, si legge nella sentenza, «qualora sia accertato che tale persona era al corrente, o era tenuta ad esserlo, del fatto che il collegamento ipertestuale da essa collocato forniva accesso a un’opera illegittimamente pubblicata su internet […] occorre rilevare che la messa a disposizione di detto collegamento costituisce una comunicazione al pubblico ai sensi dell’art.3 par.1, della direttiva 2001/29». Questo principio, ovviamente, deve essere applicato anche nel caso in cui il collegamento permetta agli utilizzatori del sito internet «richiamante» di eludere misure restrittive adottate dal sito contenente l’opera protetta per limitare l’accesso del pubblico ai soli abbonati.

Inoltre, nel caso in cui la pubblicazione di link sia effettuata con finalità di lucro (così come avveniva nella vertenza oggetto di analisi da parte della Corte), è legittimo aspettarsi che chi abbia realizzato il link effettui le verifiche necessarie per garantire che l’opera non sia pubblicata illegittimamente sul sito “richiamato”. Tale situazione comporta, quindi, una vera e propria presunzione secondo la quale l’inserimento del collegamento sarebbe avvenuto con la consapevolezza dell’illecita pubblicazione in rete dei contenuti. Pertanto, l’attività di chi ha collocato il collegamento in un ambito come quello descritto non potrà che avere a oggetto una nuova «comunicazione al pubblico» che, impone il consenso dei titolari dei diritti.