Diffamazione sui social network: casi pratici

Diffamazione sui social network: casi pratici

  •  
  •  
  •  
  •  
Tempo di lettura 6 min

 

La straordinaria diffusione dei social network ha comportato notevoli cambiamenti nella vita di ognuno di noi, sia per la facilità e immediatezza con cui è reso possibile documentarsi, che per il ruolo preponderante che hanno assunto le relazioni intersoggettive.

Da ciò è derivato che per ognuno di noi sono notevolmente aumentate le possibilità di esprimere le proprie opinioni, rendendole pubbliche e diffondendole ad una platea composta (potenzialmente) da milioni di utenti. Ed è proprio l’importanza che queste piattaforme hanno assunto che rende necessario comprendere quali comportamenti possano essere tenuti per non incorrere in problematiche di natura legale.

I social network, si sa, raccolgono un miriade di informazioni e, per tale motivo, vengono giornalmente frequentati ogni giorno da milioni di individui che possono documentarsi e, al tempo stesso, interagire con altri utenti in maniera semplice e veloce.

La velocità e facilità di informazione, il più delle volte superficiale e soggetta a “fake”, porta gli utenti a confrontarsi su svariate tematiche, culminando in alcuni casi in discussioni nelle quali gli animi tendono a scaldarsi rapidamente e suscitando risposte non sempre cortesi.

Ma in quali casi un commento lasciato su un social network può assumere una connotazione diffamante?

Insultare l’ex datore di lavoro sulla propria bacheca Facebook

Una tra le più importanti decisioni in materia di diffamazione a mezzo web è quella presa dal G.I.P. del Tribunale di Livorno (n. 38912/2012) riguardante il caso di un ex dipendente il quale, dopo essere stato licenziato, dava libero sfogo alla propria rabbia pubblicando una serie di frasi offensive rivolte ai suoi ex datori di lavoro sulla propria bacheca personale di facebook.

Il G.I.P. (giudice delle indagini preliminari) ha rinvenuto in tali comportamenti tutti gli elementi richiesti dalla norma incriminatrice, rilevando sia la comunicazione con più persone che l’identificazione del soggetto destinatario (l’utente, infatti, aveva fatto espressa menzione del nome del centro estetico, oltre chiaramente all’utilizzo di espressioni volte ad arrecare un’offesa.

L’uso di espressioni di valenza denigratoria e lesiva della reputazione dell’offeso, di fatti, integra sicuramente gli estremi della diffamazione, alla luce del carattere pubblico del contesto in cui quelle espressioni sono manifestate, dalla sua conoscenza tra più persone e della possibile sua incontrollata diffusione tra i partecipanti del social network.

Inoltre, che l’utilizzo di Internet integri l’ipotesi aggravata di cui all’art. 595, comma 3, c.p. è di agevole intuizione, poiché la particolare diffusività del mezzo usato per propagare il messaggio denigratorio rende l’agente meritevole di un più severo trattamento penale.

Insultare una persona sulla propria bacheca Facebook senza indicarne il nome

Ma se un commento dal contenuto diffamatorio non indicasse il nominativo del soggetto al quale è rivolto, l’autore potrebbe ugualmente rispondere del reato di cui all’art. 595 c.p.?
La soluzione all’interrogativo viene fornita dalla Cassazione con la sentenza n. 16712/2014, che conclude una vicenda che ha tratto origine dalla vicenda giudiziaria che vedeva un Maresciallo della Guardia di Finanza lamentarsi sulla propria bacheca Facebook della comunicazione di trasferimento ricevuta, individuando quale responsabile il collega scelto per la sostituzione e destinando allo stesso una serie di commenti piuttosto coloriti e offensivi. Nulla di “nuovo”, se non per il fatto che il militare non indicava il nominativo del collega, limitandosi ad esprimere le offese «al collega sommamente raccomandato e leccaculo».
La Suprema Corte, in merito, ha ritenuto che “[…] Ai fini di detta valutazione non può non tenersi conto dell’utilizzazione di un social network, a nulla rilevando che non si tratti di strumento finalizzato a contatti istituzionali tra appartenenti allo stesso corpo militare di appartenenza dell’autore della pubblicazione on line, né la circostanza che in concreto la frase pubblicata sia stata letta soltanto da una persona. D’altro canto, ai fini dell’integrazione del reato di diffamazione, è sufficiente che il soggetto la cui reputazione è lesa sia individuabile da parte di un numero limitato di persone indipendentemente dalla indicazione nominativa“.

Non è quindi necessaria l’indicazione del nominativo della persona offesa, potendolo facilmente individuare, nel caso in esame, dai termini utilizzati dall’offensore. Facendo espresso riferimento alla propria sostituzione ed insultando il soggetto individuato per questa, il militare ha reso agevole la sua identificazione.

Aggravante dell’offesa a mezzo stampa in caso di commenti offensivi sui social network

Con la sentenza n. 8328/2016 la Quinta Sezione Penale della Corte di Cassazione ha confermato ancora una volta l’applicazione dell’aggravante dell’offesa a mezzo stampa nel caso di commenti dotati di efficacia offensiva pubblicati sui social network. Nel caso specifico, il Commissario Straordinario della Croce Rossa Italiana denunciava di essere stato diffamato da alcuni soggetti mediante la pubblicazione di commenti sulle bacheche Facebook degli stessi autori. I giudici hanno specificato che la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca Facebook integra un’ipotesi di diffamazione integrata ai sensi dell’articolo 595 c.p., comma terzo, in quando la diffusione di un messaggio secondo le modalità offerte dal social network in questione ha potenzialmente la capacità di raggiungere un numero indeterminato, ma apprezzabile di persone.

La condivisione di un post diffamante non integra il reato di diffamazione

A differenza di quanto sopra spiegato, vi sono stati alcuni casi (si potrebbe dire “isolati”) in cui sono state pronunciate sentenze di assoluzione, la più importante delle quali, probabilmente, è la n.3981/16 emessa dalla V sezione della Corte di Cassazione Penale.

Il caso riguardava un soggetto che, partecipando ad una discussione su Facebook, pubblicava un commento di per sé privo di alcuna portata diffamatoria, ma che secondo il giudice di appello assumeva valenza offensiva nell’ottica generale del contesto in cui si inseriva.

La Suprema Corte ha cassato la detta pronuncia, ritenendo che il fatto di aver condiviso una critica nei confronti della persona offesa non determina la responsabilità penale del soggetto ex art. 595 c.p. qualora questi non utilizzi espressioni offensive. I giudici, infatti, hanno motivato la sentenza stabilendo che “era infatti nel suo diritto manifestare un’opinione apertamente ostile nei confronti del M., ma,[..] contrariamente agli altri partecipanti alla “discussione”, egli lo ha esercitato[..]correttamente, senza ricorrere alle espressioni offensive utilizzate da altri, né dimostrando di volerle amplificare attraverso il proprio comportamento.

Conclusioni

La Suprema Corte, salvo alcune rare e isolate pronunce, ritiene che “la condotta di postare un commento sulla bacheca Facebook realizza, pertanto, la pubblicizzazione e la diffusione di esso, per la idoneità del mezzo utilizzato a determinare la circolazione del commento tra un gruppo di persone comunque apprezzabile per composizione numerica, di guisa che, se offensivo tale commento, la relativa condotta rientra nella tipizzazione codicistica descritta dall’art. 595 c.p.p., comma 3“.

Linea dura, pertanto, da parte della Corte di Cassazione in materia di diffamazione, giustificata dalla rapida ed estrema facilità di diffusione anche di un singolo commento tra la sterminata platea di utenti che popolano i social network.