Resurrezione digitale e diritto all’immagine

Resurrezione digitale e diritto all’immagine

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Da diversi anni a Hollywood è in uso la pratica di “far rivivere“gli attori venuti a mancare nel corso delle riprese attraverso la ricostruzione della loro immagine in digitale (“computer-generated imaginery” o “CGI“). È il caso di Brandon Lee, prematuramente scomparso durante il set de Il Corvo, ma digitalmente vivo in alcune sequenze, come pure Oliver Reed ne Il Gladiatore di Ridley Scott.
Ultimamente è accaduto anche per Paul Walker, protagonista di Fast&Furious prematuramente deceduto, ma “resuscitato digitalmente” per completare le riprese del settimo episodio della saga.

Da un punto di vista legale, è possibile utilizzare in un film l’immagine ricostruita digitalmente di un attore scomparso? Chi ne detiene i diritti? E fino a che punto può essere utilizzata quell’immagine?

Sono questioni che si accavallano tra il diritto all’immagine e il diritto d’autore e che, salvo casi eccezionali, dipendono dal consenso del soggetto interessato. Dopo la sua morte l’impiego dell’immagine del defunto deve essere autorizzata dal coniuge, dal figlio o, in alternativa, dai parenti fino al quarto grado, fatta salva “in ogni caso, la volontà del defunto quando risulti per iscritto“. È molto probabile che il contratto sottoscritto tra Paul Walker e il produttore disciplinasse in dettaglio anche l’impiego dell’immagine digitale dell’attore in caso di morte.

Un altro caso, più recente e più estremo, è stata la “resurrezione” nell’ultimo film di Star Wars: Rogue One dell’attore Peter Cushing, morto nell’agosto del 1994.
In questo caso, rispetto alle “esigenze di forza maggiore“, c’è stata una vera e propria volontà di riesumare sistematicamente un attore deceduto inserendolo all’interno di una narrazione complessa e facendolo interagire con altri personaggi.

L’interrogativo sorge spontaneo: chi detiene i diritti di immagine dell’attore morto e “resuscitato digitalmente“?
Negli USA, dove il fenomeno è più frequente vista la tradizione cinematografica del Paese, la questione viene regolamentata dal “Post mortem Publicity Right“, ovvero la protezione del nome, dell’immagine e degli elementi distintivi di una persona scomparsa, solitamente deciso dagli eredi.
La legge californiana del 1984, alla quale si sono ispirati gli altri stati americani, estende tale diritto fino a 70 anni dopo la morte.

E in Italia?

Il diritto all’immagine è regolamentato prevalentemente all’articolo 10 del codice civile nonché dagli articoli 96 e 97 legge 633 del 1941 (c.d. legge sul diritto d’autore). L’articolo 10 del codice civile disciplina l’abuso dell’immagine altrui, imponendo il risarcimento dei danni e la cessazione dell’abuso da parte di colui che espone o pubblica l’immagine, fuori dei casi in cui l’esposizione o la pubblicazione sono consentite dalla legge o con pregiudizio al decoro e alla reputazione della persona stessa o dei congiunti.

Ma che ne è di questi diritti quando la persona titolare degli stessi muore? La legge italiana (L. n. 633/41 artt. 93 e ss) prevede che dopo la morte dell’autore o del destinatario occorre il consenso del coniuge o dei figli, o, in loro mancanza, dei genitori; mancando il coniuge, i figli e i genitori, dei fratelli e delle sorelle, e, in loro mancanza, degli ascendenti e dei discendenti fino al quarto grado. Tuttavia è previsto anche che sia la persona titolare dell’immagine oggetto di sfruttamento che possa, tramite apposito scritto, prevedere la destinazione che la propria immagine dovrà avere dopo la propria morte (art. 93 ult. co. L. n. 633/41).
In quest’ultimo caso, prevale la volontà del defunto che, dunque, può regolare il diritto di utilizzare la propria immagine tramite testamento per il tempo successivo alla propria morte. Nel nostro ordinamento infatti vige il divieto dei patti successori: è vietato cioè stipulare dei contratti che abbiano ad oggetto diritti in previsione della futura morte propria o altrui.

Concretamente quindi, i diritti d’immagine potranno rientrare nella eredità come vera e propria parte integrante del patrimonio del defunto, oppure potranno essere fatti oggetto di apposita devoluzione tramite legato, vale a dire quella particolare disposizione testamentaria che ha ad oggetto beni specifici o diritti numericamente individuati

Sebbene non ci siano stati casi eclatanti di “resurrezione digitale“, il problema del diritto all’immagine post mortem è stato trattato recentemente anche dalle corti nostrane. È il caso, ad esempio, del Tribunale di Bari che nel 2012 si è occupato di una controversia instaurata dalla figlia, nonchè erede, dell’attore Antonio De Curtis (in arte Totò), contro un partito politico che aveva diffuso un manifesto recante, oltre ai propri simboli e alle proprie denominazioni, un’immagine del viso dell’attore, con espressione addolorata, accostata alla sua famosa citazione «…e io pago!» e a immagini relative a una complicata vicenda la quale, per ciò che qui più interessa, aveva al suo esito comportato un notevole esborso per la collettività, che il manifesto intendeva in questo modo, evidentemente, addebitare alla cattiva amministrazione di contrapposti partiti politici.
Ciò che risulta in questo caso oggetto di contestazione non è l’opinione politica appena accennata, in sé sicuramente legittima, né qualsivoglia lesione dell’onore o della reputazione del defunto, bensì l’averlo rappresentato «quale immagine mimica e portavoce di tale opinione […] senza il suo consenso», atteso che la famosa espressione «… e io pago!», appariva, nel manifesto, doppiamente travisata, sia in quanto accostata a un’immagine addolorata dell’attore, mentre era stata pronunciata, nell’ambito di una commedia, in modo furente e indignato, sia in quanto utilizzata con connotazione politica, mentre in detta commedia non la aveva, «con un risultato finale, quindi, completamente estraneo alle espressioni interpretative originali dell’artista stesso e piegato a un messaggio politico ancor più alieno a lui». Sulla scorta di simili considerazioni, il giudice ha ritenuta integrata la lesione dell’identità personale del defunto, sotto i profili intellettuale e artistico, da un lato, e politico, dall’altro lato, sostenendo che, in applicazione analogica degli artt. 8 e 10 cod. civ., «anche il coniuge, i genitori e i figli dell’individuo defunto la cui identità personale è oggetto di attentato possono agire nei termini ivi specificati, ossia iure proprio, indipendentemente dalla circostanza che possano rivestire la qualità di eredi di quella persona». Ciò, ovviamente, nei casi di uso non autorizzato dell’immagine altrui.

Anche nel nostro ordinamento, pertanto, è previsto un diritto di sfruttamento dell’immagine del defunto, purché ciò sia autorizzato dagli eredi del de cuius e rispetti la sua personalità e le sue volontà senza che ciò possa escludere, in caso di determinazioni per iscritto o volontà degli eredi, la possibilità di una “resurrezione digitale“.