L’obbligo di fedeltà del dipendente e social network

L’obbligo di fedeltà del dipendente e social network

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Sono sempre più frequenti i casi in cui i lavoratori dipendenti subiscono sanzioni disciplinari e licenziamenti per foto pubblicate sui propri social network. Queste foto, infatti, sono spesso scattate sul posto di lavoro, hanno contenuti denigratori oppure frasi diffamatorie e screditanti nei confronti di datore di lavoro o colleghi.

È un fenomeno spesso dovuto a due ordini di motivi: il primo è che i soggetti che pubblicano queste foto spesso non ritengono che le loro azioni digitali possano avere ripercussioni nella vita reale, considerando il mondo di internet un posto dove non ci sono regole se non morali; il secondo motivo è che spesso non ci si rende conto della diffusa platea di persone che visualizzano e prendono contezza del contenuto pubblicato, non realizzando che tali contenuti possono facilmente integrare anche fattispecie penali anche aggravate (quali la diffamazione con aggravante dell’utilizzo del mezzo stampa).

Come già detto, tali comportamenti hanno portato in alcuni casi non solo a sanzioni disciplinari applicate al dipendente trasgressore, ma anche a licenziamenti per giusta causa per violazione dell’obbligo di fedeltà, obbligo previsto dall’art. 2105 del codice civile.

Il predetto articolo stabilisce che «il prestatore di lavoro non deve trattare affari, per conto proprio o di terzi, in concorrenza con l’imprenditore, né divulgare notizie attinenti all’organizzazione e ai metodi di produzione dell’impresa, o farne uso in modo da poter recare ad essa pregiudizio». Viene quindi imposto esplicitamente al prestatore di lavoro di non realizzare determinate condotte che possono ledere gli interessi del proprio datore di lavoro (in alcuni casi tali condotte possono anche avere rilievo penale a norma dell’art. 622 c.p.).

Ed è lo stesso codice a prevedere che «L’inosservanza delle disposizioni contenute nei due articoli precedenti può dar luogo all’applicazione di sanzioni disciplinari, secondo la gravità dell’infrazione e in conformità delle norme corporative».

Vi è da dire, tuttavia, che la Suprema Corte ha esteso il contenuto dell’art. 2015 c.c. col fine di tutelare maggiormente il datore di lavoro. L’obbligo di fedeltà, secondo le prescrizioni giurisprudenziali, si estende fino a ricomprendere i principi della correttezza e della buona fede, previsti rispettivamente dagli articoli 1175 e 1375 c.c.

I principi di correttezza e di buona fede presentano per la loro natura un carattere estremamente ampio e adattabile al mutare del tempo, tanto da rientrare anche nella fattispecie tecnologia: è evidente che nel mondo virtuale l’estrema libertà di espressione sfocia spesso, purtroppo, in insulti o comportamenti aggressivi che, tuttavia, non possono rimanere impuniti.

Il prestatore di lavoro, pertanto, sarà tenuto non solo a rispettare gli obblighi stabiliti dall’art. 2105 c.c. ma dovrà altresì astenersi dal porre in essere qualsiasi comportamento lesivo per l’impresa nella quale lavora, anche al di fuori dell’orario lavorativo.

Ciò che viene messo a rischio è l’integrità del rapporto fiduciario che lega datore e lavoratore dipendente.

Ovviamente tutto quanto detto deve essere temperato con il diritto di critica che ha il dipendente nei confronti del datore di lavoro, così come previsto in generale all’art. 21 della Costituzione e nello specifico dall’art. 1 dello Statuo dei lavoratori. Obblighi e diritti dovranno pertanto equilibrarsi a vicenda.

La stessa Corte di Cassazione, con sentenza n. 29008/2008, indica quando il diritto di critica viene oltrepassato costituendo giusta causa di licenziamento: la critica, infatti, deve essere oggettivamente veritiera, non deve screditare il datore di lavoro e non deve essere idonea a provocare danni economici per quest’ultimo.

Per comprendere meglio la questione in oggetto è utile analizzare un caso recente che ha portato al licenziamento del lavoratore per violazione dell’obbligo di fedeltà.

Un dipendente aveva postato sul proprio profilo Facebook delle foto, seguite da frasi denigratorie verso l’impresa e il datore di lavoro, che erano state scattate, assieme a due colleghi, sul luogo di lavoro.

Le foto, inoltre, erano state realizzate durante l’orario di lavoro, evidenziando un’interruzione della prestazione lavorativa e, conseguentemente, la violazione dei principi di diligenza, buona fede e correttezza nell’esecuzione del contratto.

Il dipendente, licenziato per giusta causa per violazione dell’obbligo di fedeltà, presentava ricorso presso il Tribunale di Milano. Il Tribunale, tuttavia, rigettava il ricorso del dipendente precisando come nonostante le foto non fossero state pubblicate sul sito dell’azienda (e non fosse presente il nome della stessa in esse), le pagine su cui erano pubblicate erano accessibili da soggetti che erano perfettamente in grado di comprendere a chi fossero rivolte le frasi denigratorie e dunque risultavano violati i principi fondamentali di buona fede e correttezza correlati all’art. 2105 del codice civile.

Come si può desumere da questa breve analisi, il mondo dei social network è pieno di rischi legali e bisogna porre particolare attenzione nell’uso di questi strumenti.