Il sequestro della prima casa

Il sequestro della prima casa

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È possibile il sequestro della prima casa? Cosa succede nel caso in cui si subisce un processo penale per evasione fiscale, per emissione di fatture false, per omessa presentazione della dichiarazione dei debiti o per dichiarazione mendace e fraudolenta?

È ormai noto che il D. L. 69/2013 (conv. con mod., in L. n. 98/2013) ha previsto il divieto di pignoramento della prima casa. Ma tale divieto interviene anche nel caso di sequestro penale? Può tale divieto agevolare non solo chi non ha voluto o potuto pagare le tasse, ma anche chi commette un reato in materia tributaria?

 

La differenza tra pignoramento e sequestro

Preliminarmente, è necessario distinguere tra sequestro e pignoramento: due procedure totalmente diverse sia per presupposti che finalità.

Il pignoramento è una una forma di esecuzione forzata che ha come fine la vendita dell’immobile del debitore tramite l’asta giudiziaria per ricavarne denaro (che sarà assegnato al creditore che ha agito per soddisfare il suo diritto).

Il sequestro è, invece, una misura attivabile solo in presenza di un reato. Nel caso che ci interessa oggi, nel caso di evasione fiscale oltre una soglia predeterminata, il sequestro preventivo ha la funzione di evitare che il denaro accumulato grazie all’illecito possa essere impiegato e speso dal responsabile.

 

Pignoramento prima casa

La legge vieta il pignoramento della prima casa da parte dell’Agente della Riscossione esattoriale tutte le volte in cui il contribuente non ha pagato le cartelle esattoriali, a prescindere dall’importo del debito. È necessario, tuttavia, che sussistano determinati requisiti, ovvero:

  • il contribuente non deve avere nessun altro immobile oltre a quello in cui vive;
  • l’immobile in questione deve essere adibito a civile abitazione;
  • il contribuente deve aver fissato la propria residenza presso l’immobile;
  • l’immobile non deve essere di lusso.

 

Sequestro prima casa

Se il contribuente, invece, commette reato fiscale – ciò avviene quando l’evasione fiscale supera una certa soglia – allora si ricade nel procedimento penale e, eventualmente, anche nel sequestro preventivo. In tal caso la prima casa può essere confiscata.

A mero titolo esemplificativo e non esaustivo, si rammenta che il reato scatta solo se vengono superati determinati limiti fissati per ciascun anno d’imposta. Ad esempio, la dichiarazione infedele (ovvero quando nella dichiarazione non vengono riportati alcuni proventi ricevuti) scatta quando si sottraggono al fisco oltre 150.000 euro e i redditi non dichiarati superano il 10% di quelli totali o ammontano a 3 milioni di euro. Il reato scatta inoltre, nel caso di mancata dichiarazione dei redditi, quando le tasse sottratte allo Stato sono superiori a 50.000 euro. Nel caso dell’Iva, invece, bisogna superare un’evasione di 250.000 euro. L’emissione di fatture false, invece, è sempre reato.

 

Il caso

La Corte di Cassazione, terza sezione penale, nella sentenza n. 22581/2019, ha richiamato l’orientamento in oggetto, secondo cui sarebbe ammissibile il sequestro preventivo della prima casa, finalizzato alla confisca per equivalente. Tuttavia, nel fare ciò, ha anche precisato che tale conclusione potrebbe essere oggetto di revisione critica.

Nonostante ciò, la Suprema Corte ha respinto il ricorso di un imprenditore, reo di aver utilizzato fatture per operazioni soggettivamente inesistenti, nei cui confronti era stato disposto il sequestro preventivo (per equivalente finalizzato alla confisca).

L’imprenditore ha ritenuto che i giudici abbiano agito in violazione dell’art. 52, comma 1, lett. G, del D.L. n. 63/2013, non rispettando il divieto di sequestro della prima casa di abitazione in quanto, nel caso di specie, il sequestro era stato disposto sulla sua unica abitazione.

La Suprema Corte, ha rammentato che sussiste un orientamento giurisprudenziale secondo il quale la predetta disposizione, che preclude all’Agente della Riscossione, in specifiche ipotesi e condizioni, di procedere all’espropriazione della prima casa del debitore, non trova applicazione nell’ambito del processo penale. Pertanto non sarebbe impedito il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente dell’abitazione dell’indagato (Cass, n. 7359/2014 e n. 3011/2016).

Il ragionamento che fa la Corte muove da questa premessa: la legge si riferisce solo al divieto di pignoramento e non al sequestro. Tuttavia i giudici fanno un ulteriore ragionamento. Ricordano che, proprio in queste ultime settimane, sono state emesse due importanti sentenze dalla stessa Cassazione: la prima si riferisce al sequestro dello stipendio (Cass. n. 14606/2019), mentre la seconda al sequestro della pensione (Cass. n. 17386/2019). In entrambi i casi si è detto che le norme del «decreto del fare» sui limiti al pignoramento dell’Agente della Riscossione si possono applicare anche ai sequestri preventivi. Così come è stata bocciata la possibilità del sequestro dell’intero conto corrente bancario su cui viene accreditato lo stipendio o dell’intera pensione (oltre i limiti del quinto), ora la Corte ammette che possano esservi margini per riconoscere gli stessi benefici anche in materia immobiliare: con la conseguenza che non si potrebbe più sequestrare la prima casa. Insomma i giudici vedono la possibilità di un “ripensamento” (ripensamento che, però, nella vicenda concreta portata all’attenzione della Corte, non si poteva fare per ragioni di carattere processuale).